Ora i republicones non hanno paura del Cav. in sé, ma del Cav. in Monti

L’inversione dei ruoli adesso è completa. Il campione dell’eversione costituzionale (Silvio Berlusconi) si trasforma nel sostenitore quasi acritico della tecnocrazia quirinalmente corretta; mentre i resistenzialisti e pensosi intellettuali, i difensori della purezza costituzionale a ogni costo, si mettono alla fronda del governo “strano” e della sua maggioranza “anomala”. Il Cavaliere gaglioffo parla da statista responsabile, sobrio e montiano (lo si riconosce appena).
27 FEB 12
Ultimo aggiornamento: 21:21 | 20 AGO 20
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L’inversione dei ruoli adesso è completa. Il campione dell’eversione costituzionale (Silvio Berlusconi) si trasforma nel sostenitore quasi acritico della tecnocrazia quirinalmente corretta; mentre i resistenzialisti e pensosi intellettuali, i difensori della purezza costituzionale a ogni costo, si mettono alla fronda del governo “strano” e della sua maggioranza “anomala”. Il Cavaliere gaglioffo parla da statista responsabile, sobrio e montiano (lo si riconosce appena); il presidente emerito della Corte costituzionale e solidificatore del pensiero di Carlo De Benedetti (CDB da ora in poi), Gustavo Zagrebelsky, allude invece ai rischi per la democrazia e si traveste da rivoluzionario. Certo a Monti rimane il Fondatore, e dalle parti di Repubblica vale ancora qualcosa. Ma è un’eccezione. E’ vero che Eugenio Scalfari, nelle sei colonne del piombo domenicale, insisteva (fitto e solitario) sul punto: cioè la perpetuazione del montismo come “pratica” costituzionale. Ma per il resto, a Largo Fochetti, dal direttore Ezio Mauro sino al vicedirettore Massimo Giannini (che ha scritto venerdì scorso), la musica è un’altra. Come non leggere il contrasto: Giannini scrive di “deficit culturali tipici della tecnocrazia d’élite”, mentre il Fondatore nega l’esistenza stessa (in natura) di un governo tecnico, elitario e dunque anomalo (“il meccanismo adottato da Napolitano è quello che meglio corrisponde al dettato costituzionale e deve dunque sopravvivere al governo Monti diventando norma stabile”).

Intervistato ieri dal Corriere del Ticino il cavalier Berlusconi sembrava De Gasperi, quando spiegava compenetrato e compunto che “fin dall’inizio abbiamo sostenuto Monti convinti con il nostro voto”. Non bastasse, poi ha pure rafforzato il concetto: “Lo sosteniamo e continueremo a sostenerlo con lealtà e senso di responsabilità. Per l’interesse superiore dell’Italia”. Addirittura. Appeso al chiodo (per il momento) il gonfio piumone di Putin, Berlusconi ha indossato (metafora) il più elegante loden di Monti, mentre il club dei milionari che contornano CDB, con il suo presidente onorario, il prof. Zagrebelsky, ogni giorno di più recupera (contro Monti) lo stesso arsenale retorico della lunga stagione antiberlusconiana. “Il Parlamento è delegittimato”, ha spiegato Zagrebelsky intervistato da Repubblica sabato scorso. E poi: “Gli atteggiamenti acritici non sono consoni alla democrazia”. E ancora: “Rinunciare alla politica è un pericolo”. C’è anche un manifesto, contro la tecnocrazia. L’hanno firmato Benigni, Saviano, Magris…

Ma che succede? Sia il Cavaliere sia il salotto di Libertà e Giustizia (associazione glamour-filosofico-politica di CDB) si sono accorti che nel governo tecnico c’è qualcosa di berlusconiano. Il Cavaliere ne è comprensibilmente rassicurato, qua e là si rivede riflesso nello specchio (e lui ovviamente si piace): mercato del lavoro, articolo 18, liberalizzazioni e persino qualche spacconeria del tipo “diventeremo un modello per l’Europa”. Tutta diversa è invece la reazione del mondo di Zagrebelsky. C’è meno buonumore da quelle parti (ma questa, per così dire, non è una notizia). Si ritrovano un po’ smarriti. “Ma come? Non ce ne eravamo liberati di questa roba?”, si chiedono. Non è cosa da poco. Monti, in Parlamento e non solo, si alimenta del consenso e persino (a quanto pare) della semantica berlusconiana, laddove invece il club dei milionari il berlusconismo avrebbe voluto epurarlo in ogni forma e latitudine. Ed ecco la tragica aporia: l’uomo che li ha liberati dall’egoarca è maculato di berlusconismo. E dice pure cose tipo: “Sono grato a Berlusconi”. Se poi ci si mette il tribunale di Milano che prende atto dell’avvenuta prescrizione nel processo Mills, si ha l’immagine perfetta dello smarrimento. Meno male che (almeno) Ruby c’è.